Approfondimento

Covid-19 e disagio emotivo

Il Covid-19 si è insinuato nelle nostre vite in modo sempre più dirompente, stravolgendole completamente. Per alcuni è stato un vero e proprio trauma; riadattarsi alla normalità non sarà semplice, ci troveremo di fronte ad un’esplosione di sindromi psichiatriche da gestire. La pandemia da Covid-19 è un trauma collettivo; tutti noi combattiamo da diversi mesi contro un nemico sconosciuto, invisibile, mutevole e aggressivo. È una minaccia su cui non abbiamo controllo e che disarticola e altera completamente la linearità delle esperienze e del mondo reale, richiedendoci un costante riadattamento e riorganizzazione.

Vivere dentro questa emergenza sanitaria causa angoscia, fatica e stress legati all’adattamento a condizioni imprevedibili, a eventi dolorosi e non usuali. L’intera sfera personale ha subito stravolgimenti dal punto di vista personale, familiare, relazionale, professionale, mettendo a dura prova la resilienza e richiedendo un elevato costo fisico ed emotivo. Si parla di una vera e  propria “post-pandemic syndrome” che determina spesso una risposta acuta da stress e che può causare anche l’esacerbazione di disagi e problematiche psicologiche. Ci troviamo davanti a due tipi di traumi provocati da Coronavirus, quelli lievi e quelli più complessi: i primi sono ad esempio l’aver perso la libertà, il confinamento in spazi piccoli, la gestione difficoltosa dei figli piccoli, dei disabili e degli anziani e le perdite economiche. I loro sintomi si esprimono con espressioni psicosomatiche come:

  • cefalea;
  • disturbi intestinali;
  • difficoltà digestive;
  • tachicardia;
  • alterazioni del peso;
  • ansia;
  • depressione;
  • aumento del consumo alcolico;
  • modifica del sonno;
  • astenia.

Per questi traumi lievi sarà innanzitutto importante capire che si sta per vivere un cambiamento, che la quotidianità che c’era prima non tornerà dall’oggi al domani e che bisognerà riadattarsi, non negare le emozioni e chiedere magari un supporto psicologico.

Il secondo tipo di trauma è quello più complesso da gestire, si tratta del cosiddetto disturbo post traumatico da stress che compare dopo eventi molto gravi come atti terroristici, incidenti, terremoti e in cui, purtroppo, rientra anche l’epidemia da Covid-19. Il disturbo può colpire chi ha perso i familiari o gli operatori sanitari che sono in trincea negli ospedali. I sintomi sono diversi:

  • flashback e ricordi ricorrenti;
  • incubi;
  • iperattività;
  • disturbi dell’umore come sentimento di vuoto;
  • distacco dalla realtà quotidiana;
  • perdita di interesse;
  • irritabilità;
  • ipervigilanza;
  • difficoltà del sonno;
  • scarsa concentrazione;
  • rischio di iniziare ad abusare di droghe, alcol o farmaci.

In questi casi, sarà importante essere seguiti da un’equipe specializzata, perché si tratta di disturbi complicati per i quali solo l’approccio multidisciplinare di professionisti in tale ambito è in grado di fare una diagnosi certa e proporre una terapia adeguata.

 

Le conseguenze psicologiche da Covid-19

Le conseguenze per la salute mentale del Covid-19 sono già visibili e dureranno più a lungo dell’attuale pandemia. Tra i disturbi psicologici maggiormente lamentati ci sono ansia e panico, sintomatologia ossessivo-compulsiva, insonnia, sintomi depressivi e da stress post traumatico. Questi non sono solo la diretta conseguenza della pandemia, ma anche l’effetto dell’isolamento sociale prolungato. La rivista di medicina “The Lancet” ha recentemente pubblicato un articolo da cui emerge un quadro chiaro e allarmante: periodi di isolamento, anche inferiori ai 10 giorni, possono avere effetti a lungo termine, con presenza – fino a tre anni dopo – di sintomi psichiatrici. L’isolamento prolungato può influire negativamente sulla salute delle persone, andando ad alterarne i ritmi del sonno e dell’alimentazione, nonché riducendone le possibilità di movimento. Così facendo, vengono a deprimersi i naturali canali di espressione e piacere dell’uomo, con conseguente deflessione del tono dell’umore.

In aggiunta a ciò le persone rifuggono sempre di più le relazioni sociali, non più per imposizione, ma per scelta: una decisione, inizialmente mossa dal timore di un nemico invisibile e dalla ormai totale incertezza su cosa sia giusto fare/non fare, dire/non dire, pensare/non pensare derivante dalle informazioni ambigue e contrastanti che riceviamo.

Mentre i livelli di stress ambientale continuano a crescere, si assiste, infatti, al deterioramento delle relazioni. Rabbia e nervosismi, inespressi e duraturi, si ritorcono contro noi stessi con risvolti depressivi o problemi psicosomatici. Allo stesso modo, trascorrere insolite quantità di tempo insieme in spazi ristretti e spesso inadatti allo scopo accresce il rischio di conflitti e violenza domestica. L’isolamento sociale prolungato genera, di contro, profonda solitudine in coloro che vivono soli o non possono contare su una rete sociale adeguata, aumentando così la probabilità che emergano sintomi depressivi. A ciò si aggiunge l’impatto devastante e comprensibile delle preoccupazioni legate ai problemi economici e alla perdita di un proprio caro.

In tempi di Coronavirus siamo costretti a rapportarci con la morte secondo modalità estranee alla civiltà umana: dal pensiero di non aver potuto stare accanto al defunto nei suoi ultimi momenti di vita, ai sensi di colpa, all’idea di aver inavvertitamente contagiato la persona, al cruccio di non averla potuta salutare in maniera consona con una cerimonia funebre, fondamentale al processo di elaborazione del lutto, si tratta in tutti i casi di fattori che amplificano il dolore della morte, accrescono i tassi di depressione, il consumo di alcol, droghe e i comportamenti rischiosi tra i quali il suicidio.

Diversamente dai comuni e ineliminabili momenti di crisi che caratterizzano l’esistenza di ognuno di noi – i quali, seppur destabilizzanti, rappresentano un’occasione unica e fondamentale di rivisitazione delle personali strategie di gestione dei problemi – in questo periodo le persone sperimentano impotenza, vulnerabilità e sensazione di perdita di controllo sulla propria vita come risposta a qualcosa di indeterminato, nel tempo e nello spazio.

Ciò genera angoscia per un futuro incerto e, ancora una volta, favorisce la comparsa di sintomi depressivi, soprattutto in soggetti fragili, in coloro che già soffrivano di problemi psichici e negli operatori sanitari.

 

La depressione da Covid-19

I soli fattori di stress ambientale che caratterizzano questo particolare momento storico suggeriscono chiaramente il rischio di una nuova epidemia, e questa volta a soffrirne potrebbe essere la nostra salute mentale. Esaurimento psicofisico, ansia, paura e dolore, angoscia, trauma, rabbia: queste emozioni si alternano, si mescolano e crescono in intensità fino a travolgere la persona e sfociare in disturbi psicologici clinicamente significativi, come la “depressione reattiva”.

Mentre la crisi Covid-19 aumenta il rischio di depressione, la depressione inficia la capacità individuale di risolvere i problemi, stabilire e raggiungere obiettivi, e funzionare in modo efficace, al lavoro e nelle relazioni, rendendo ulteriormente difficoltoso il recupero dalla crisi.

Sentirsi sicuri e protetti è una delle esigenze primarie fondamentali nell’essere umano per potersi muovere liberamente nel mondo circostante, così come la sensazione di avere il controllo sugli eventi della propria vita. Quando tutto ciò viene a mancare, quando incomincia a svilupparsi la credenza che qualunque cosa facciamo non migliorerà le cose, ecco che prende piede un senso di “impotenza appresa”, che blocca ogni possibilità di liberazione o cambiamento.

L’angoscia che proviamo è una normale risposta umana a una grave crisi. Riconoscere e accettare questi sentimenti impedisce che si trasformino in disordine. Rinunciare, delegare, lamentarsi sono tutti atteggiamenti che, se all’inizio di una crisi possono esserci d’aiuto, perpetuandosi finiscono per complicare la nostra situazione, facendoci scivolare lentamente verso la depressione. Riconoscerli da subito nel proprio comportamento è il modo migliore per muoversi in direzione contraria e spezzare il circolo vizioso che porta alla rinuncia globale e che caratterizza le forme depressive più severe.

Questa pandemia porterà inevitabilmente a ridefinire i nostri stili relazionali, che non saranno più basati sulla vicinanza ma sulla distanza. Il contatto fisico verrà sostituito da una condivisione negoziata, mentre la digitalizzazione delle vite, già avviata con l’avvento dei social media, della tecnologia e della realtà virtuale, verrà ulteriormente enfatizzata, grazie alla legittimazione medico-scientifica.

Abbandonare l’idea che “tutto tornerà come prima” e affrontare i cambiamenti in atto con flessibilità previene l’insorgenza di psicopatologia. L’essere umano è estremamente duttile, si adatta al cambiamento, che diventa la nuova normalità. Bisogna darsi tempo.

Opzioni di trattamento specifiche sono disponibili per le situazioni più problematiche, nonché maggiormente fruibili rispetto a prima dell’avvento del Coronavirus, in quanto i professionisti della salute mentale stanno offrendo possibilità di supporto e consulenza non solo in presenza ma anche online mediante la telemedicina.

 

La sindrome Long-Covid

La pandemia da Covid-19 ha avuto e continua ad avere conseguenze drammatiche su tutta la popolazione. Tutti ne sono stati in qualche modo colpiti, in modo particolare chi ha sperimentato in prima persona l’esperienza della malattia.

Infatti, per i molti che ne sono stati colpiti, il Covid-19 ha rappresentato una vera e propria sfida non solo sul piano fisico, ma anche psicologico. E se per alcuni aver vinto il Covid ha consentito un graduale ritorno alla normalità, per altri le conseguenze a lungo termine dell’infezione continuano ad essere presenti, dando origine a quella che ormai è stata ribattezzata come la sindrome Long-Covid.

In alcuni casi il perdurare dei sintomi può alimentare quel senso di rifiuto a lasciare la propria casa, per paura di esporsi a possibili minacce, anche a fronte della fine del periodo di isolamento forzato. Scegliere di prenderci cura della nostra salute psicologica è il primo passo che possiamo compiere per cercare di stare meglio.

 

L’impatto fisico e psicologico sui malati di Covid-19

Come emerge da diverse ricerche scientifiche in campo medico e psicologico, due dati sembrano emergere con chiarezza:

  1. Il Coronavirusnon è solo una patologia che colpisce la salute fisica di chi la contrae, ma porta con sé una serie di conseguenze psicologichenon trascurabili:
  • la paura;
  • il senso di solitudine e di abbandono durante il periodo di isolamento in casa o durante il ricovero in ospedale.
  1. I sintomi legati al disagio psicologico spesso non svaniscono immediatamente una volta superata la fase critica di malattia, ma si manifestano anche nei periodi successiviall’infezione, impattando notevolmente sulla qualità di vita delle persone. Tra questi:
  • stanchezza;
  • debolezza;
  • fiato corto e affannoso;
  • alterazioni dell’umore;
  • stati di ansia;
  • depressione;
  • cefalea;
  • insonnia;
  • perdita di memoria.

 

Come gestire lo stress al tempo del Coronavirus

  1. Impariamo ad accogliere le nostre emozioni

Uno degli aspetti fondamentali della nostra salute psicologica riguarda la capacità di saper affrontare le proprie emozioni. Il primo passo è quello di riconoscere quali sono le emozioni che proviamo, aprendoci alla possibilità di sperimentare anche emozioni poco piacevoli. Quante volte facciamo fatica a dirci che siamo arrabbiati o tristi per qualcosa?

Una volta riconosciute, diciamoci che è del tutto normale provarle, in quanto appartenenti all’ampio spettro delle tipiche emozioni della natura umana. In seguito, cerchiamo di capire come agiremmo se lasciassimo che queste emozioni prendessero il controllo su di noi e come invece vorremmo agire per davvero. In questo modo riusciremo a comprendere meglio le nostre emozioni, impareremo a riconoscerle e a capire come funzionano.

Invece di perdere tempo ed energie nel tentativo, quasi sempre fallimentare, di scacciarle dalla nostra testa, proviamo ad impegnarci a raggiungere obiettivi concreti e pratici nella vita di tutti i giorni.

  1. Poniamoci degli obiettivi

Porci piccoli obiettivi quotidiani può essere un buon modo per sperimentare un certo grado di controllo sulle nostre vite e sarà un’occasione per organizzare in modo pratico le nostre giornate. Soprattutto a inizio giornata, domandiamoci quali siano le nostre priorità.

Inutile pretendere di riuscire a fare tante cose tutte insieme, meglio porci obiettivi:

  • chiari;
  • concreti;
  • realistici, ovvero plausibilmente raggiungibili.

Obiettivi del tutto irrealistici ci esporranno al rischio di fallire e di conseguenza stare male e sperimentare un senso di fallimento.

Utile anche tenere traccia dei progressi raggiunti: questo ci aiuterà ad andare avanti nei momenti di difficoltà. Meglio guardare a ciò che siamo riusciti a fare, domandandoci come migliorare ancora, piuttosto che colpevolizzarci per gli obiettivi mancati.

  1. Facciamo cose che ci fanno stare bene

Un altro modo per stare meglio è dedicare del tempo ad attività che ci fanno stare bene, come per esempio:

  • fare sport;
  • leggere un libro;
  • cucinare;
  • dipingere

La nostra mente ha bisogno di immergersi in attività piacevoli per staccarsi dalla realtà complicata che ci circonda e recuperare le energie fisiche ed emotive necessarie per affrontarla. Si tratta un modo efficace per recuperare le energie che ci servono per essere ancora più capaci a rispondere alle sfide di tutti i giorni.

  1. Impariamo a chiedere aiuto

Un segnale importante di buon spirito di adattamento è la capacità di riconoscere quando siamo in grado di farcela da soli e quando invece abbiamo bisogno di aiuto.

A volte può essere difficile, ma è proprio quando si ha l’impressione di non essere più in grado di gestire la propria vita che bisogna fermarsi, fare un passo indietro e decidere di chiedere aiuto, rivolgendosi ad un consulto professionale.

 

A tal proposito, il Servizio psichiatrico e psicologico di Ospedali Privati Forlì offre una serie di prestazioni in regime di solvenza.

Fibromialgia: il dolore si cura nel corpo e nella mente

A cura della Dr.ssa Elena Briganti

Nella pratica medica, fino a non molto tempo fa, il dolore cronico veniva considerato esclusivamente nella sua componente fisica: oggi, invece, si è compreso che corpo e mente non sono due entità̀ separate, e che il dolore è una risultante di aspetti biologici, psicologici e socio-culturali, in continua interazione tra loro, come riscontrato anche da studi di neuroimaging. Lavorare sulla regolazione emotiva e cognitiva, e combinare interventi di tipo psicologico ad altri di tipo medico (farmaci, fisioterapia, ecc.) può̀ dunque contribuire significativamente a un esito più̀ favorevole nel trattamento della persona affetta da dolore cronico: ecco perché́ la presa in carico più̀ efficace per questo tipo di paziente è multidisciplinare e prevede più̀ figure professionali che lavorano insieme in equipe, in modo da affrontare tutti gli aspetti della malattia.

Tra le patologie causa di dolore cronico, in particolare, la fibromialgia (FM) è quella per cui il modello bio-psico-sociale è la miglior lettura possibile. Essa, infatti, è una malattia reumatica complessa, caratterizzata da dolore cronico diffuso e rigidità̀ a livello di più̀ sedi dell’apparato muscolo-scheletrico, ma anche da vari altri sintomi quali disturbi del sonno, dell’umore, ecc. Al momento si ritiene che la fibromialgia abbia una genesi multifattoriale, in cui variabili biologiche e psico-emozionali si condizionano vicendevolmente. Recenti studi hanno infatti dimostrato che è possibile ottenere un miglior risultato terapeutico tramite un approccio multidisciplinare: le ultime linee guida pubblicate dalla Lega Europea Contro le Malattie Reumatiche (EULAR) sul trattamento della FM, peraltro, raccomandano di dare priorità alle misure non farmacologiche, quali fisioterapia, meditazione mindfulness, yoga ed esercizio aerobico.

Sulla base di questi studi, è stato istituito un percorso dedicato all’interno di Ospedali Privati Forlì̀ per una presa in carico globale delle persone con fibromialgia. La proposta per questi pazienti prevede un intervento che integra corpo e mente, così articolato:

 

DIAGNOSI

Visita presso Villa Orchidee dal medico specialista (reumatologo, algologo, fisiatra) per la fase di diagnosi e l’informazione del paziente sul percorso terapeutico da intraprendere (non necessaria se l’utente ha già una diagnosi di fibromialgia, nel qual caso può accedere anche direttamente al servizio).

 

TRATTAMENTO INTEGRATO

Fisioterapia mediante tecniche derivate dalla medicina tradizionale cinese: essa è una pratica terapeutica, la cui efficacia nel trattamento della fibromialgia è attestata da studi scientifici, che va ad agire sui meridiani con lo scopo di riequilibrare il sistema energetico della persona. Si tratta di trattamenti individuali, dei quali si occupa il dottor Stefano La Rocca, fisioterapista di Ospedali Privati Forlì;

Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR): l’intervento MBSR è stato ideato proprio per pazienti affetti da dolore cronico, e vari studi ne comprovano l’efficacia in termini di miglioramento della salute psicofisica e di mantenimento a lungo termine del benessere. Consiste in un training basato sulla tradizione meditativa buddhista Vipa yan, che incoraggia l’assunzione di una consapevolezza non giudicante nei confronti delle proprie esperienze (cognitive, emotive, corporee) tramite varie pratiche quali meditazione seduta, hatha yoga e altre tecniche con focalizzazione sulla dimensione corporea. Questi trattamenti di gruppo sono seguiti dalla dottoressa Elena Briganti, ideatrice del progetto insieme al dottor La Rocca.

 

MANTENIMENTO

Ha lo scopo di far permanere a lungo termine i benefici ottenuti col trattamento integrato. Prevede la partecipazione a un corso di ginnastica posturale, impostato sulle specifiche esigenze del paziente fibromialgico e, dunque, particolarmente mirato al miglioramento della consapevolezza psico-corporea.

Il trattamento dell’OSA e l’idoneità alla guida

A cura del Dr. Marcello Bosi, specialista in pneumologia

Il trattamento della sindrome delle apnee ostruttive nel sonno (OSA) è personalizzato in base all’età dell’individuo, al tipo di lavoro ed ai rischi professionali, alle comorbosità, alla possibilità di accesso alle diverse opzioni terapeutiche, alle sue aspettative, alla visita ipnologica ed ai risultati della polisonnografia. Trattandosi di terapie croniche, molto spesso nella buona pratica clinica, la scelta finale è quella vissuta come meno aggressiva e meglio tollerata dal paziente, anche se non sempre corrisponde alla terapia più efficace.

Nonostante il timore di perdere l’idoneità alla guida sia un fattore che limita gravemente l’accesso alla diagnosi e alla terapia di molti pazienti con fattori di rischio per OSA, occorre chiarire subito che la malattia, in tutti i suoi livelli di gravità, e la mancata aderenza alle terapie non coincidono automaticamente con l’inidoneità alla patente di guida. Infatti, quando queste due situazioni si verificano, è possibile eseguire specifici accertamenti con i quali si valuta l’esistenza dei criteri di idoneità, in ottemperanza alla normativa del Decreto del Ministero della Salute del 3 febbraio 2016.

In un centro qualificato di medicina del sonno come quello di Villa Igea, sono presenti tutte le possibilità terapeutiche adeguate a trattare le OSA ad ogni livello di gravità, ovvero:

  • dimagrimento e cambiamento dello stile di vita;
  • terapia posizionale nel sonno;
  • terapia con dispositivi orali di avanzamento mandibolare;
  • pressione positiva continua o a 2 livelli pressori nelle vie aeree (CPAP o NIV);
  • terapie chirurgiche.

Nei casi più semplici, che sono la maggioranza, non è necessario il ricovero, né per la diagnosi né per la terapia, che vengono eseguite ambulatorialmente.

 

Dimagrimento e cambiamenti dello stile di vita

Il paziente in sovrappeso, oppure obeso, ha  uno strato di “cuscinetti” di grasso nell’orofaringe, più o meno spesso a seconda dell’indice di massa corporea; questi  cuscinetti comprimono le vie aeree superiori creando in tal modo i presupposti che portano a ostruzioni nel corso della respirazione notturna. In generale la perdita di peso riduce la gravità dell’OSA; anche modesti cali sono frequentemente risolutori, soprattutto nei pazienti con OSA lieve.

Seguire una dieta sana (evitando anche gli alcolici) e fare esercizio fisico quotidiano, oltre al dimagrimento, possono migliorare il tono generale dei muscoli delle vie aeree superiori. Negli ultimi anni è stata introdotta la terapia miofunzionale: si tratta di una serie di esercizi da eseguire con regolarità a domicilio, ideati appositamente per migliorare il tono dei muscoli delle vie aeree superiori. Questi esercizi sono solitamente pensati per chi ha problemi legati al russare, ma sono utili anche per chi soffre di OSA di grado lieve o moderato.

 

Terapia posizionale

Si stima che circa 2 pazienti OSA su 4 soffrano di quella che viene chiamata OSA posizionale, caratterizzata dal fatto che la sintomatologia ostruttiva notturna si manifesta più frequentemente quando ci si trova in posizione supina, cioè sdraiati sulla schiena. In questi casi si possono ridurre i sintomi semplicemente facendo in modo di dormire sul fianco, invece che supini. La terapia posizionale è una soluzione semplice, non invasiva e a basso costo. Oggi disponiamo di una vasta gamma di prodotti appositamente progettati per incoraggiare il sonno in posizione laterale: piccolissimi devices di alta tecnologia in grado di riconoscere la posizione assunta dal paziente e di vibrare quando chi lo indossa si dispone nella posizione supina. La risposta del paziente allo stimolo vibratorio è il cambio di posizione corporea.

 

La CPAP

La CPAP (Continuous Positive Airway Pressure) è un trattamento molto efficace ed è spesso il riferimento per l’OSA di livello grave. Il principio di funzionamento della CPAP è basato sull’incremento di pressione nelle vie aeree superiori che, in virtù di questa azione di espansione forzata dall’interno del loro lume, smettono di vibrare e, soprattutto, non possono più collassare producendo  apnee. La CPAP è costituita da un piccolo e silenzioso compressore, da un tubo di raccordo e da una maschera nasale o naso-buccale. Ovviamente tutti questi elementi sono scelti e calibrati con cura, mediante una procedura definita titolazione, in funzione del paziente e delle caratteristiche della sua patologia respiratoria notturna. Maggiore è l’attenzione dedicata al paziente e l’esperienza del personale medico in questa fase, maggiore sarà la compatibilità del paziente al trattamento. La titolazione della CPAP consiste nella “personalizzazione” del ventilatore, ovvero in una serie di verifiche ed esami per individuare la pressione di funzionamento minima efficace. Insieme alla titolazione vengono effettuate prove con diverse maschere per consentire al paziente di scegliere quella più efficace e confortevole. Queste verifiche sono fondamentali per garantire il massimo del confort al paziente e per minimizzare i più comuni disturbi legati alla respirazione mediante una mascherina, quali irritazione e congestione nasale. In casi molto selezionati si usano dispositivi pressori positivi tecnologicamente più sofisticati (AutoCpap, AutoBipap, BiLevel).

L’efficacia del trattamento con CPAP nel risolvere il problema delle apnee nel sonno è vicina al 100%: i pazienti affetti da OSA che iniziano il trattamento con CPAP hanno immediatamente la percezione del beneficio, con la scomparsa della sonnolenza diurna sin dalle primissime notti di impiego del ventilatore, oltre che di un sonno finalmente ristoratore. Oltre al beneficio sul sonno, la CPAP agisce migliorando tutti i parametri cardio-circolatori, metabolici ed infiammatori del paziente: si riduce l’ipertensione arteriosa e spesso si ha una progressiva riduzione del soprappeso. A lungo termine si riduce il rischio di incorrere in infarto e/o ictus cerebrale.

Purtroppo però la CPAP non è tollerata da tutti i pazienti a cui viene proposta: l’aderenza a questa terapia a 3 anni dalla prescrizione non supera il 60% dei pazienti. Molti trovano la CPAP estremamente scomoda o provano un forte senso di claustrofobia nell’indossare la maschera per tutta la notte. Altri, invece, si lamentano di ostruzione del naso e di secchezza della gola, della pelle irritata o delle difficoltà che hanno ad espirare a causa della pressione dell’aria. Altri ancora trovano la CPAP incompatibile con la loro vita piena di impegni e di viaggi; senza considerare il fatto che alcune persone escludono sin dall’inizio questa terapia. Questi e altri problemi rendono il rifiuto della CPAP una situazione molto comune.

 

Dispositivi intraorali (MAD)

Per i pazienti con OSA di livello lieve-moderato, i dispositivi intraorali (MAD) possono rappresentare una valida alternativa alla CPAP grazie al maggiore comfort e alla semplicità di gestione. Trovano indicazione nei pazienti in cui la caduta posteriore della lingua in sonno è responsabile o corresponsabile dell’OSA. Questi dispositivi sono diversi dai semplici byte e servono a spostare in avanti mandibola e lingua in modo da opporsi agli eventi ostruttivi causati dalla caduta posteriore della lingua. Anche se esistono in commercio alcuni dispositivi orali universali, si raccomanda sempre di far realizzare il dispositivo su misura da odontoiatri formati in disturbi respiratori nel sonno.

La poligrafia notturna e la polisonnografia

A cura del Dr. Marcello Bosi, specialista in pneumologia

I disturbi respiratori nel sonno (DRS) si classificano in apnoici (cioè apnee ostruttive, che si contrappongono alle apnee centrali tipiche dei cardiopatici) ed in DRS Non OSA (ovvero disturbi del sonno associati a malattie respiratorie croniche). L’apnea ostruttiva del sonno (OSA) è il DRS più frequente nella popolazione generale adulta: è presente nel 49% dei maschi e nel 24% delle femmine di età superiore a 40 anni. La diagnosi di OSA, e di disturbi respiratori del sonno in generale, va effettuata in un centro specializzato di medicina del sonno, dove i pazienti saranno presi in carico per la fase diagnostica e poi per quella terapeutica.

 

Esami durante il sonno

L’esame diagnostico avviene tramite la registrazione dei parametri cardiorespiratori ed elettroencefalografici durante il sonno: si parla di polisonnografia o di poligrafia notturna. Quali le differenze?

  • La poligrafia respiratoria notturna (PM) consiste nella misurazione dei parametri cardiorespiratori (russamento, flusso aereo, livello di ossigeno nel sangue, frequenza cardiaca, mobilità respiratoria toracica e addominale, postura nel sonno).
  • La polisonnografia (PSG) consiste nella misurazione non solo di questi parametri, ma anche dell’attività elettroencefalografica (EEG), con sensori posizionati sullo scalpo, agli angoli degli occhi e sotto il mento.

L’esame di riferimento in letteratura è la PSG, ma nella pratica clinica, da anni in tutta Italia una buona PM eseguita in un centro qualificato in disturbi respiratori del sonno ed una buona lettura da parte di un medico esperto rappresentano l’esame diagnostico in circa il 90% dei pazienti che necessitano dell’esame notturno. La PSG rappresenta quindi l’esame solo per una minoranza dei pazienti che accedono ad un centro per disturbi respiratori nel sonno.

La sede ottimale per eseguire PSG e PM è quella ambulatoriale: lo strumento viene montato nel pomeriggio e il paziente dorme a casa nel suo letto, restituendo il registratore il mattino successivo. Il paziente non deve stravolgere le proprie abitudini di vita, in particolare deve coricarsi all’ora usuale e può assumere tutte le sue usuali posizioni nel sonno; il mattino successivo compilerà un semplice diario su come è andata la notte, con informazioni che aiuteranno molto il medico che leggerà l’esame.

La necessità di eseguire l’esame nell’ambito di un ricovero ospedaliero breve è bassa e riservata a casi complessi; in genere si tratta di DRS Non OSA.

 

Altri esami

Per un adeguato inquadramento dei disturbi respiratori nel sonno si possono rendere  necessari alcuni esami complementari alla PSG/PM: spirometria ed altri esami funzionali in veglia, emogasanalisi arteriosa, Rx torace ed elettrocardiogramma.

La valutazione della capacità di mantenere l’attenzione prolungata è un esame utile per i pazienti che, nonostante non siano aderenti alle terapie, rimangono comunque idonei alla guida.

La consulenza otorinolaringoiatrica con esame fibroscopio delle vie aeree è invece valutabile solo nei DRS Non OSA; di caso in caso, si possono poi valutare consulenze di tipo neurologico, endocrinologico nutrizionale, cardiologico e odontoiatrico.

 

Diagnosi

La diagnosi viene formulata dal medico esperto in disturbi del sonno, che incrocia il risultato della PSG/PM con i dati raccolti nel corso di un’attenta visita ipnologica, con gli esami eseguiti in veglia e con i risultati delle  consulenze integrative. Il medico definisce inoltre anche il livello di gravità clinica dell’OSA o del DRS Non OSA.

Diagnosi e livello di gravità sono solo uno degli elementi che concorrono alla scelta terapeutica finale fatta dal paziente: altri importanti fattori sono i suoi desiderata e le sue aspettative, la tipologia dei sintomi, le comorbosità associate, il tipo di lavoro svolto (se autista professionale, ecc.). Fortunatamente, fatte salve poche eccezioni, le attuali opzioni terapeutiche dei disturbi respiratori nel sonno consentono terapie personalizzate ed efficaci per tutti i livelli di gravità e per tutti i DRS.

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